Pane, calcio e fantasia: vita e aneddoti di capitan Emerson

20-10-2017

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Capitano non si nasce. Si diventa. Il calcio dentro le ossa, nella testa e nel cuore, senti subito di averlo. Fa parte di te, dei tuoi pensieri e delle tue emozioni. Il pensiero quando ti svegli al mattino e quando di addormenti la notte. Una sorta di grande amore, senza essere troppo blasfemi nell’associare un gioco alla propria metà. Del resto, quando nasci in Brasile è difficile non essere catalizzati da quella sfera a losanghe bianche e nere, come è nell’immaginario comune il pallone. Che già poterne disporre, pur negli anni in cui Zico e Romario tappezzavano edicole e murales, era una gran fortuna. Fortuna che non manca a Emerson Ramos Borges nel suo cammino da Joinville all’Italia, nell’ascesa che grazie a una passione spasmodica l’ha portato a volare nel Belpaese e ad arrivare fino alla Serie A.

IL BRASILE

Il Maracanà per il calcio. Copacabana per i non calciofili. Immagini di un Brasile da cartolina. Come se un Paese di 207 milioni di abitanti su una superficie di 8 milioni e mezzo di chilometri quadrati (l’Italia non arriva a 350 mila, ndr) possa restringersi a sole due immagini. Ebbene no, il Brasile è tanto altro: mix di culture e di sfaccettature, dalla riva dell’Atlantico all’entroterra. E Joinville, pur essendo non lontana dall’Oceano, era comunque una realtà non propriamente turistica.

«Seicentomila abitanti, in una città tipicamente industriale. Ma alla fine nel mio quartiere ci conoscevamo tutti. Si viveva bene, eravamo tutti amici»

Emerson cresce in una casa accogliente e con una famiglia pronta a supportarlo nelle proprie scelte.

«Mio papà mi ha sempre dato la possibilità di vivere bene, di poter mangiare e dormire. Rispetto ad altri bambini ero sicuramente fortunato. Mi divertivo a giocare in un cortile grande. Con mio fratello, pensavamo tutto il giorno al calcio. Forse ce l’avevamo nel sangue»

Lo dicevamo. Il calcio è nel sangue ed è difficile non poterci pensare quando anche tuo papà e il fratello più grande giocavano a calcio. A livello amatoriale o semiprofessionistico non importa. Anche perché non sempre a quei tempi si poteva privilegiare le proprie passioni alle responsabilità famigliari.

«Mio nonno ha sempre messo davanti il lavoro. Era rigido, ben più di quanto lo sia stato mio padre che invece mi ha sempre supportato. Lui ha sempre giocato per la squadra del quartiere. Il Pirabeiraba è stata anche la squadra in cui ho esordito io».

Ma la vita di Emerson in Brasile non è propriamente tranquilla come la dipinge. Perché per giocare a calcio non basta solamente il giardino di casa. Chilometri su chilometri in bicicletta, per trovare un campo dove migliorarsi. Fogli di giornale e scotch per farne una palla e inventarsi una partita. Non è difficile pensare che il pallone fosse il miglior compagno di giochi di Emerson. Con buona pace della mamma…

«Quando vado a dormire mi ricordo ancora dei vetri rotti della lavanderia. Ma in quegli anni quando avevo il pallone uno dei pensieri più ricorrenti era quello di una rovesciata davanti a uno stadio di 100 mila spettatori»

Fantasie di un piccolo calciatore che per costruirsi la sua strada deve affrontarne una più tortuosa. Ma sempre con quella passione a far da sfondo alle peripezie da adolescente.

«Giocavamo solitamente per strada o in campi in terra battuta. Spesso però io e mio fratello attraversavamo il fiume che taglia il mio quartiere per andare di nascosto al campo del Pirabeiraba per battere le punizioni. Lui in porta, io a calciare. Fino a quando non ci scoprivano e dovevamo scappare».

Le punizioni, per Emerson, sono un chiodo fisso.

«Andavo anche a fare il raccattapalle per la squadra del quartiere. E appena finiva il primo tempo, prendevo il pallone e andavo in campo. Piazzavo la sfera in un punto e battevo le punizioni. In quelle occasioni c’era anche un buon pubblico: in cuor mio speravo che le persone presenti facessero il tifo per me».

L’APPRODO IN SARDEGNA

Nella vita di Emerson non c’è stato settore giovanile. Pulcini, Esordienti o Allievi? Nulla di tutto ciò. La sua crescita è dettata da una passione inesauribile e dalla possibilità di cogliere le occasioni di giocare sul campo come maturazione sotto il profilo tecnico.

«Non ho mai fatto la trafila. Giocavo nella squadra del mio maestro Badu, che ancora oggi allena i ragazzi per toglierli dalla strada».

Il calcio inizia a diventare un lavoro. Non proprio il professionismo che si aspetta lui.

«Ho lavorato per un’azienda a cui servivano i giocatori per fare i tornei. Del resto nella mia testa c’era solo il calcio».

Alle prime esperienze tra le fila dei club brasiliani, fra cui anche il Palmeiras, fa seguito l’approdo in Italia. Un passaggio fortunato, come ammette lui stesso.

«Lo dico sempre a tutti. Ho avuto fortuna ad avere la doppia cittadinanza e soprattutto circondarmi di persone che mi hanno adottato e trattato come un figlio. Non sempre si è così fortunati, invece io ho avuto sempre la possibilità di pensare unicamente a giocare a calcio. In tanti cercano la fortuna, in tanti casi bisogna anche essere bravi a portarla dalla propria parte, ma trovare la gente che ti aiuta non è facile».

Tra le persone che lo aiutano c’è sicuramente il cugino Paulo, anche lui in quella Sardegna che diventa terra di approdo e di fortuna, alla quale Emerson dimostra ancora oggi eterna riconoscenza e grande senso di appartenenza.

«Ormai sono tanti anni che sono qui, mi sento italiano e in particolar modo sardo. Qui ho messo su famiglia e conosciuto tanti amici. Un domani, quando non giocherò più a calcio, penso che tornerò sull’Isola».

Quindi la Sardegna e non il Brasile. E la saudade?

«La saudade c’è sempre. La saudade della famiglia, degli affetti. Ma credo che la mia vita sia italiana. Ho costruito qualcosa di importante qui, ma appena ho l’occasione torno sempre volentieri per rivedere i parenti, gli amici, le strade e i campi in cui giocavo».

La lontananza non è cosa da poco. Ora ci sono Skype e Whatsapp, videochiamate a costo zero. Diversamente da quando era appena arrivato e per sentire la voce di che era oltreoceano doveva ancora ricorrere alle cabine telefoniche.

«Spesso finivo il credito. Tornavo a casa senza aver potuto salutare i miei genitori. Ora è diverso: l’Italia è molto più avanti del Brasile. Qui c’è tutto»

Aver tutto, per una persona umile come Emerson, è quasi motivo di disagio.

«Chi gioca a calcio viene trattato con i guanti, quasi come se fosse in una palla di cristallo. Ma io non la vivo così. Non mi piace la parola calciatore, credo di essere una persona normale».

Non si crogiola nel fatto di aver vissuto la Serie A, ma con l’umiltà di chi non ha perso contatto con la realtà, Emerson Ramos Borges non mette da parte il suo passato.

«Sono uno che si adatta. Da piccolo facevo il bagno nell’acqua sporca. Nel 2002 ho vissuto in una foresteria con 36 ragazzi. Per il calcio ho girato molto, ma per fortuna mi so adattare. Mia moglie dice che sono un po’ uno zingaro. Quando ci spostiamo il mio pensiero va a loro, che spesso devono cambiare posto, persone, amici e abitudini in virtù del mio lavoro».

IL PRESENTE E IL FUTURO

Salò è l’ultima tappa in ordine cronologico di una carriera che ha visto Emerson girare in lungo e largo per il Belpaese, giocando in tutte le categorie. Anche nella massima serie come detto. Ma ora il suo presente è sul lungolago, sempre con la famiglia al seguito e con l’affetto da parte dei nuovi compagni che fin da subito gli hanno testimoniato grande stima.

«Fisicamente e mentalmente sto bene. Qui ho tutto quello che mi serve: ho la stima e la fiducia di tutti. Di cosa mi posso lamentare? Beh forse mi lamento in campo con l’arbitro o per le sconfitte, ma nella mia testa so sempre che devo ringraziare per tutto quello che ho e che ho sognato di fare da tutta una vita».

L’aneddoto sulla fascia da capitano non è più segreto, ma evidenzia il valore della persona e del calciatore.

«Il fatto che mi abbiano consegnato la fascia è una bella responsabilità. Non me l’aspettavo, anche perché non sono venuto qui con questo pensiero. È un piacere essere scelto da un gruppo di ragazzi, ma credo che il capitano non sia un ruolo. Sì, forse la fascia va indossata da uno solo ma visto che dovevo essere io, ho voluto far scrivere sopra i nomi di tutti i componenti della squadra. Il capitano non sono io, siamo tutti noi».

Sempre presente, nessuna assenza in campionato. Per Emerson la vita a Salò costituisce una sorta di seconda giovinezza.

«Cerco di tenere a lungo la condizione per stare bene e aiutare la squadra. Non sono scaramantico, quindi non ho problemi a dire che vorrei davvero portare la Feralpisalò in Serie B e aver la possibilità di ritornare a giocare in cadetteria».

Mai porre limiti ai traguardi. Un monito anche nei confronti dei suoi compagni.

«Ho conquistato la promozione dalla B alla A quando avevo 33 anni. Già allora sembrava che andassi verso fine carriera. Lo dico a tutti i compagni con cui ho avuto la fortuna di giocare: non bisogna mai pensare ai limiti. L’importante è dare il massimo, ricordandoci che c’è sempre qualcuno che ci guarda da lassù e che non siamo mai soli nella vita. Se facciamo del bene, tutto tornerà indietro».

Parole che denotano saggezza e ancora grande voglia di conquistare obiettivi sul campo. Proprio per questo, a chiedergli se ha già pensato cosa farà nel suo futuro, le idee sono tutt’altro che chiare.

«Non lo so ancora. Forse sbaglio, ma non ho ancora pensato a nulla».

Trasmettere un sogno, il suo, potrebbe essere la via.

«Mi piacerebbe avere una mia scuola calcio per raccontare ai bambini dei giorni in cui rompevo i vetri della lavanderia di mia mamma e delle uscite di soppiatto per andare a giocare a calcio. E far capire loro che i sogni sono tutto nella vita».

Ma prima di insegnare a sognare, Emerson vuole continuare a godersi il suo personalissimo sogno. Che forse è già una piacevole realtà.