Nessuno è troppo grande per un abbraccio

09-03-2020

Nessuno è troppo grande per un abbraccio

La nostra intervista a Fabio Iachetti, educatore del progetto "Senza di me che gioco è?", dall'ElleDiGì Magazine di Gennaio.

Di solito, quando si avvicina un’intervista, mi preparo sull’argomento, raccolgo informazioni, penso preventivamente alle domande che vorrei porre al mio interlocutore. Quando ho telefonato a Fabio Iachetti, educatore del progetto “Senza di me che gioco è?” per parlare dei ragazzi che ne fanno parte, è stato diverso.
L’intervista, in buona sostanza, l’ha condotta lui. Non c’è stato bisogno di porgli alcuna domanda, perché come un fiume le parole hanno cominciato a scorrere, trasmettendomi tutta la passione e la dedizione che c’è dentro questo mondo.

“Raccontami del tuo ruolo di educatore”, gli ho chiesto. “Aspetta, bisogna partire dall’inizio” mi ha risposto.

Così, mi sono messo comodo e ho cominciato ad ascoltare.
“Il progetto nasce dalla sinergia tra la Dottoressa Virna Barbieri, responsabile area disabilità della Cooperativa Il Gabbiano di Pontevico, con la quale avevamo già intrapreso un’iniziativa per mettere in piedi una squadra di calcio per ragazzi con disabilità, e la Feralpisalò. Così, nel 2015, è nato “Senza di me che gioco è?”, e possiamo fregiarci di essere stati i precursori a livello nazionale, nonché promotori, del campionato che, da qualche mese, è riconosciuto anche a livello di FIGC e che quest’anno prenderà il via a febbraio.”

Ed in poco tempo il progetto ha preso piede in tutto lo stivale, raccogliendo adesioni da squadre di ogni categoria.
“Mi sento di fare un encomio speciale a tutti coloro che con grande passione hanno preso a cuore l’iniziativa. A partire dal presidente Giuseppe Pasini e dalla compagna Viviana Marcassoli, che posso considerare la nostra prima tifosa ed è sempre in prima linea per il progetto, al vice presidente Dino Capitanio, che riesce ancora a commuoversi ogni volta che viene a trovarci, a Pietro Lodi, responsabile progetti speciali che con la sua impeccabile gestione rende la parte organizzativa perfetta in ogni suo aspetto.”

Già si capisce quanto l’affiatamento e la preparazione di tutti i membri dello staff sia parte fondamentale nonché tratto distintivo rispetto ad altre società.
“Non ci piace stare in disparte a guardare, rimanere passivi a bordocampo per fare presenza. Quando giochiamo la classica partitella, a fine allenamento, partecipiamo tutti. È un modo bellissimo per far sentire coinvolti i ragazzi, per farli sentire che ci siamo.”

Il ruolo di educatore, mi fa capire, va ben oltre quello che mi aspettavo. A partire dal fatto che un po’ tutti diventano, in un modo o nell’altro, educatori.
“Bisogna considerare un triplice aspetto parlando del progetto. A partire da quello organizzativo, del quale Pietro Lodi si occupa senza sosta, a quello tecnico, con i nostri mister Francesco Pellegrini ed Alessandro Rossi, e per finire quello educativo, del quale ci occupiamo principalmente io e Bozena Kolodziej. Infine ci sono i nostri volontari, Aldo Brattini e Bibiana Maddalena Maccalli, che ci danno sempre una grande mano. Insomma, siamo un bel team.”

Del resto, “dare l’opportunità a tutti di fare sport” richiede un bell’impegno.
“Ma non mi piace chiamarlo impegno. Per noi è qualcosa che va oltre. Si tratta del concetto di inclusione, che è ben diverso da quello di integrazione, che lascia quel senso di diversità. Qui non c’è nessuno di diverso, siamo tutti parte di questo grande progetto e l’impegno lascia spazio alle soddisfazioni che troviamo dai ragazzi, dal vederli contenti di dire che giocano nella Feralpisalò. Perché devi sapere che siamo tra le poche società che non hanno ‘adottato’ una squadra speciale. Tutti siamo Feralpisalò, da Andrea Caracciolo, al nostro ragazzo che gioca anche per soli due minuti.”

E anche quando ho provato a chiedere dei loro allenamenti, ha voluto prima fare alcune precisazioni.
“È molto più di un allenamento. Mi piace pensare che ci prodighiamo per migliorare la qualità della vita dei ragazzi, e lo facciamo con dei metodi specifici. Per arrivare alla spiegazione di un esercizio c’è tutto un lavoro dietro, che parte dal capire chi si ha di fronte, a prescindere dalla sua disabilità. Attraverso i prompt mostriamo ai ragazzi come si svolge l’esercizio, facendogli vedere passo per passo i movimenti da fare. Grazie alla suddivisione in micro-azioni, la task analysis, facciamo capire come compiere esattamente ogni singolo movimento del corpo per arrivare a colpire il pallone, o a fare una rimessa laterale.”

Anche in questo caso, l’allenamento è solo una minuscola parte di tutto il progetto.
“Un aspetto che secondo me è bellissimo, è che i ragazzi più grandi spesso si fermano a darci una mano con quelli più giovani. Gli insegnano loro stessi ad allacciarsi le scarpe, ad infilarsi i calzettoni, a svolgere un esercizio. Sembrano piccolezze, ma non si insegna solo a giocare a calcio, insegniamo a svolgere i più piccoli compiti ed il fatto che in questo ci aiutino anche i ragazzi stessi, fa sentire tutti importanti.”

Oltre alla parte tecnica, ovviamente, rimane l’aspetto sociale, partendo dal concetto di autodeterminazione.
“È fondamentale che i ragazzi possano scegliere. Se un ragazzo vuole fare il portiere, è giusto che faccia il portiere a prescindere dalle sue abilità. Noi siamo lì per aiutarlo a diventare ciò che vuole. Capire cosa il ragazzo vuole fare diventa fondamentale per favorirlo nell’apprendimento. Se lei volesse imparare a fare la torta di mele e io mi ostinassi ad insegnarle a fare la crostata di lamponi, lei non sarebbe meno propenso ad ascoltare?”

Ma il lavoro, ovviamente, non si riduce alla parte sportiva.
“Devi sapere che la maggior parte dei ragazzi non è mai uscita dal suolo comunale, se va bene qualcuno ha visto solo dei paesini limitrofi. Se parti da questo presupposto, il solo fatto di prendere un pullmino e andare a Milano a giocare il campionato, mangiare tutti assieme un paino con il salame, ridere e scherzare, assume un valore inestimabile per loro, e anche per noi. Ci piace pensare che lavoriamo per migliora- re la qualità della loro vita.”

Anche la gestione delle dinamiche interne assume un ruolo fondamentale per la crescita dei ragazzi. “Gli insegniamo l’inclusione sociale, come comportarsi, come relazionarsi gli uni con gli altri. Anche con piccole cose, come la scelta del capitano: questa non avviene a seconda delle proprie abilità, ma in base a chi ha avuto un comportamento esemplare durante l’allenamento. Anche il rispetto dell’avversario è fondamentale; ad esempio, è capitato che i ragazzi vincessero una partita in modo netto, ma il loro comportamento il campo non fosse quello che ci aspettavamo da loro, e così, nonostante la vittoria, sono stati “ripresi”.

Certo, anche il risultato sportivo vuole la sua parte. Del resto si tratta pur sempre di una squadra di calcio, e i ragazzi puntano alla vittoria!
“Sono competitivi, ma è normale e positivo che lo siano, anche questo è un aspetto importante. Però io, tra risultato e felicità dei ragazzi, so bene cosa preferisco. E lei cosa sceglierebbe?”
La risposta è evidente.

E su questa ultima domanda, Fabio si ferma un attimo. La moglie lo chiama. 

“È pronta la cena, forse mi sono dilungato troppo” afferma ridendo.

Ci salutiamo, con la promessa di andare ad una loro partita di campionato, che inizierà il prossimo 8 febbraio, ringraziandolo per la passione con la quale mi ha permesso di entrare nel mondo dei nostri ragazzi del progetto “Senza di me che gioco è?”.