Il mappamondo di Mauro Bertoni

10-03-2020

Il mappamondo di Mauro Bertoni

La nostra intervista a Mauro Bertoni, allenatore della Berretti che ha girato il Mondo ed è ora pronto a mettere a disposizione la sua esperienza sulla panchina dei giovani Leoni del Garda, dall'ElleDiGì Magazine di novembre.

Jules Verne scriveva del signor Fogg e del suo giro del mondo in 80 giorni. Ce ne ha messo qualcuno di più, mister Mauro Bertoni, ma alla fine ce l’ha fatta anche lui. Dall’America alle Isole del Pacifico, ha tastato con mano propria le realtà calcistiche più disparate, facendone tesoro e mettendole ora a disposizione dei ragazzi della Berretti dei Leoni del Garda.

“Nel 2010 ho smesso di giocare per ricoprire il solo ruolo di tecnico della prima squadra del Rodengo in C2. Purtroppo delle vicissitudini societarie hanno portato alla mancata iscrizione del club al campionato; così, quasi per scherzo, ho cominciato a curiosare su internet.”

Da lì, dopo un’esperienza nelle serie minori, ha inizio il suo giro per il mondo. Prima tappa, Stati Uniti: “Mi hanno offerto un contratto con la Nike per andare ad allenare nei campi estivi; dopo 3 mesi sono tornato conoscendo l’inglese e con le valigie già pronte per andare in Au- stralia, dove sono rimasto per oltre un anno. Allenavo due squadre, l’Under 19 e 17 di un’accademia privata, affiliata con il Sidney FC, dove all’epoca militava Alex Del Piero. Quella è stata un’esperienza fantastica, ho conosciuto molti ragazzi che ormai stanno crescendo e sono uomini, con i quali, tramite i social, sono ancora in contatto.”

Poi, l’esperienza all’Inter, nelle accademie internazionali, con le quali non prosegue dopo aver “rifiutato” un impegno troppo lungo nella lontana Cina. Preferisce rimanere nelle sue zone per un po’, nel settore giovanile della Cremonese prima, ed in serie D poi.

Nel 2016, però, lo spirito da viaggiatore si riaccende e lo porta nuovamente dall’altra parte del globo. “Sono andato ad allenare tra le Isole del Pacifico, a Vanuatu. Dovevamo giocare i gironi della Champions League Oceanica e guidavo l’Amicale, la squadra della capitale dell’isola. Siamo stati a 5 minuti dall’andare a giocarci la fase finale per la qualificazione alla Coppa del Mondo FIFA per club. L’isola, colpita da un violento ciclone nel 2015, soffre di grande povertà e ho conosciuto ragazzi che volevano giocare a calcio per divertirsi, dove non ci sono le pressioni che puoi trovare, ad esempio, in Italia. Eppure se non fosse stato per quegli ultimi cinque minuti, avremmo raggiunto uno storico risultato. Un’esperienza straordinaria. Andare con l’idea di avere a che fare con dei professionisti non avrebbe funzionato, ma il lato umano di quei ragazzi è encomiabile e mi hanno dato tanto.”

Poi, di nuovo a casa. Per poco. Perché : “L’immagine dell’allenatore e del calciatore italiano all’estero è molto quotata dal punto di vista della professionalità. Quando ti confronti con tanti colleghi stranieri ti accorgi subito di quanto ci rispettino: la nostra scuola non è né meglio né peggio, ma ti abitua a lavorare in modo professionale, perché il calcio è parte della nostra cultura. E quando un italiano fa qualcosa, la fa bene. Quando portavamo delle cose che per noi sono prassi del lavoro quotidiano, cose che noi facciamo anche con i bambini, alcuni ti guardano strabiliati.”

Impossibile, quindi, rimanere in Italia e, dopo un’esperienza al Lumezzane, si parte di nuovo: il Milan gli offre un contratto come Supervisor dell’International Academy e completa così il suo tour mondiale. “Dubai, Israele, Algeria, Svezia, Est Europa, ovunque sia andato ho cercato di conoscere persone, di apprendere il più possibile.”

Non solo persone, perché nel suo “tour mondiale”, mister Bertoni ha avuto modo di apprezzare non solo le diverse sfaccettature calcistiche, ma anche gli aspetti culturali. “Paese che vai, usanze che trovi. È normale che ci siano molte diversità, dalle abitudini professionali a quelle culinarie, dagli orari al modo di vivere lo sport. Una cosa che da noi è normale ma nel resto del mondo non è così scontata, ad esempio, è l’uso degli spogliatoi: la prassi era che durante la settimana i ragazzi arrivavano già cambiati e se ne andavano via così com’erano, con i vestiti usati per allenarsi. Quando abbiamo giocato la Champions Oceanica, partivamo dall’albergo e i ragazzi prendevano su solo le scarpe! Questo non solo a Vanuatu, che è una delle realtà più povere del pianeta secondo il FAO, ma anche negli altri Paesi.”

Sul cibo, invece (che per noi italiani, è risaputo, è una questione seria) non si è potuto lamentare: “Riso, pollo e patate si mangiavano dappertutto. Però ho vissuto su un’isola paradisiaca e il pesce fresco non mancava mai, mi è andata bene!”

Quest’anno, la chiamata di Pietro Strada, suo compagno di squadra ai tempi della Cremonese che da tempo lo cercava, e l’approdo alla Berretti verdeblù. Una scelta dettata non tanto dal richiamo della sua patria, ma dalla voglia di tornare in panchina, alla guida di una propria squadra. “Ho rescisso il mio contratto con il Milan per accettare questo incarico e sono contentissimo della scelta che ho fatto. Volevo la mia squadra. Avevo bisogno del contatto quotidiano, di vedere i miei giocatori che crescono, che vincono, che perdono. Quindi, eccomi qua.”

Un’esperienza, con la Berretti, che è partita nel migliore dei modi: “Ho trovato un gruppo con una grandissima attitudine al lavoro e questo è merito del responsabile del settore giovanile e dei miei predecessori che hanno inculcato questa mentalità. Io nella mia vita voglio lavorare con i giovani, questo è il mio obiettivo e sono felicissimo di questa opportunità. Sarei ipocrita nel dire che non dobbiamo guardare ai risultati, perché ovviamente sono importanti, ma il nostro compito è un altro: preparare i giocatori alla prima squadra. A livello calcistico e non solo. Questa è la filosofia del club ed io la abbraccio in toto.”

In questi pochi mesi, inoltre, anche la breve esperienza sulla panchina della prima squadra, nel periodo di transizione che ha poi portato alla scelta di Stefano Sottili. “La società mi aveva chiesto una mano in un momento complicato per tutti. Ero e sono tutt’ora a completa disposizione del club: faccio parte di questa famiglia e sono qui per dare il mio contributo. Ero comunque tranquillo, perché il gruppo era cosciente della situazione e stava lavorando duro per uscirne quanto prima. Sono un gruppo fantastico e adesso, infatti, la rotta è cambiata. La strada è quella giusta. Come detto, amo lavorare con i giovani ed il mio futuro è quello, ma è stata una bella esperienza.”

Nonostante il suo “spirito californiano”, come lui stesso ha affermato, e l’idea di trasferirsi in Australia che rimbalzava nella testa durante il suo anno di permanenza nella terra dei canguri, alla domanda su quale sia stata la sua esperienza migliore, non ha saputo rispondere. O meglio, non ha voluto. “Da ognuna delle esperienze che ho avuto, ho imparato qualcosa. Ogni realtà è completamente diversa e ho conosciuto molte persone straordinarie, dai ragazzi delle scuole americane a quelli di Vanuatu. Adesso che ho lavorato in tutti i continenti, posso dire che il cerchio si è chiuso!”.

Chissà se il suo spirito avventuriero, prima o poi, la porterà ad esplorare altre terre lontane, Mister Bertoni, ma intanto, le auguriamo un buon lavoro sulla panchina della Berretti dei Leoni del Garda!